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Biopic a confronto

Carnreatwm

Comunque ho capito perche’ mi faccio fregare da biopic melensi come La via en rose e Carnera The walking mountain dai quali esco disgustata: sono attratta dalla curiosita’ di vedere una rappresentazione del mondo del cinema, ma se nella vita di Edith Piaf Yves Montand veniva nominato en passant, della attivita' cinematografica di Primo Carnera il biopic firmato Renzo Martinelli non fa nessuna menzione, al regista interessa solo mostrare un’orgogliosa agiografia del sentimento di sacrificio e sopportazione del migrante, dal film non sono riuscita a farmi un’idea sulla figura di Carnera, se fosse davvero uno sportivo o solo un fenomeno da baraccone, data la mole, messo sul ring per attirare il pubblico,  ma potrebbe essere colpa mia: ero troppo sconvolta nel vedere Burt Young nei panni del secondo a bordo ring, esattamente come in Rocky e la sfacciataggine di mettere un personaggio cosi’ identificativo di una saga pugilistica (era lo zio Paulie) in un altro film di box continua a perplimermi alquanto.

La recensione completa del film e’ su ImpattoSonoro tornato piu’ bello e piu’ superbo che pria.



Mongol

Discorso differente per Mongol, epica ricostruzione della prima parte della vita di Temudjin, divenuto Gengis Khan.

Ho scelto di vederlo per compensare il fatto di essermi persa la mostra Gengis Khan e il tesoro dei mongoli alla Casa dei Carresi di Treviso, e  il film si e’ dimostrato interessante nella ricostruzione della vita dei nomadi tagiki, con paesaggi mozzafiato che da soli valgono il prezzo del biglietto.

Mongol non ha ambizioni di ricostruzione storica, attinge direttamente alla mitologia sorta intorno alla figura carismatica di Gengis Khan, condendolo con epiche scene di battaglia ma soprattutto con la romantica storia d’amore con Borte, moglie scelta a nove anni e amata per sempre; dalla pellicola emerge la figura di un leader generoso e saggio, ben diverso dallo stereotipo sanguinario dell’immaginario occidentale.

Mi e’ parso di scorgere tra le intenzioni della pellicola proprio  un messaggio  di comunione culturale   tra Europa e Asia: il film si apre sul volto di Temudjin che emerge dal buio e la pelle butterata, gli occhi socchiusi  mi hanno ricordato la maschera funebre degli Atridi, e la prima guerra che Temudjin scatena contro la tribu’ che gli ha rapito la moglie, in fondo  ha le stesse motivazioni della guerra di Troia. D’altro canto, le avventure di Borte che non esita a concedersi a diversi amanti pur di ricongiungersi con l’amato Temudjin, ne fanno una sorta di Angelica della steppa.

Si vocifera che questo sia  il primo capitolo di una trilogia che dovrebbe ripercorrere l’intera vita di Gengis Khan, io aspetto fiduciosa.

31
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Addio a Gillo Pontecorvo

Gillopontecorvo E’ scomparso all’eta’ di 86 anni, Gillo Pontecorvo, eminente personaggio della cinematografia italiana: e’ stato, tra le altre cose, direttore per quattro anni (dal 1992 al ‘96) della Mostra del Cinema di Venezia.
Nato a a Pisa il 1919 da una famiglia di origine ebraica, si rifugia in Francia durante il periodo delle leggi razziali, combatte come partigiano con il nome di Barnaba e dopo la visione di Paisa’ decide di entrare attivamente nel mondo del cinema.
Le prime esperienze sono attoriali, nel film Il sole sorge ancora, del 1946 primo film finanziato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani).
Diventa poi aiuto regista per Allegret, Steno e il Monicelli di Toto’ e Carolina (1955).
Dopo alcune esperienze da documentarista arriva il debutto con Giovanna nel film ad episodi La rosa dei venti.
Il primo lungometraggio e’ La grande strada azzurra (1957), storia di un imprendibile pescatore di frodo interpretato da Yves Montand, tratto dal romanzo Squarcio’ di Franco Solinas con cui Pontecorvo collabora strettamente e in memoria del quale istituisce nel 1986 il Premio Solinas per mettere in luce i giovani autori italiani.

Filmpontecorvo

Come regista non e’ prolifico, solo cinque lungometraggi caratterizzati tutti da un forte impegno civile, da menzionare sono sicuramente Kapo’ del 1960, che racconta il dramma di una deportata ebrea che per sopravvivere all’inferno dei lager accetta di diventare una kapo’, schierandosi di fatto con i suoi aguzzini e Queimada del 1969, che si avvale dell’interpretazione di Marlon Brando in un‘ opera che cerca di analizzare il fenomeno del colonialismo.
Il suo capolavoro e’ pero’ La battaglia d’Algeri del 1966 dove, con stile asciutto rievoca gli scontri tra i para’ francesi e i ribelli algerini asserragliati nella Casbah; grazie allo stile documentaristico il film riesce a fare luci sulle ragioni dei due fronti, francese ed algerino.
Il film vince il Leone d’oro a Venezia e ottiene una nomination agli Oscar, ma per lungo tempo sara’ vietato in Francia.




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