Archivio per la categoria 'Rassegne e festival'

31
dic
69

Testimone d’accusa

Testimonedaccusa Witness for the Prosecution
USA, 1957
Con Tyrone Power, Charles Laughton, Marlene Dietrich, Elsa Lanchester
regia di Billy Wilder

Un grave infarto dovrebbe mettere un freno alla carriera dell’astuto principe del foro Sir Wilfrid Robarts, ma l’avvocato si lascia tentare dal caso (e dai sigari!) di un giovane accusato di omicidio, Leonard Vole che ha la sventura di avere come unica conferma del suo alibi la moglie tedesca, che pero’ non pare intenzionata a confermarlo; sir Wilfrid riuscira’ a vincere la causa salvo poi fare un’amara scoperta..

Wilder porta sullo schermo un racconto di Agatha Christie, divertendosi a mischiare da par suo il thriller legale dalle sfumature noir e alla commedia, con i gustosi siparietti dell’inarrivabile Charles Laughton alle prese con la sua infermiera privata interpretata da Elsa Lanchester, sposa di Frankenstein nel ‘35 e signora Laughton nella vita.
La ventata noir e’ portata da una grandissima Marlene Dietrich che 50 anni dopo riesce ancora a mozzare il fiato agli spettatori con la sua sola apparizione. Come in Scandalo internazionale la diva si presta per il maestro viennese a fare la parte della gelida tedesca senza scrupoli, anche se in Testimone d’accusa il finale svelera’ un risvolto ben diverso, ma sempre poco lusinghiero per il personaggio interpretato da Marlene.
All’altezza dei comprimari anche Tyrone Power, che sfrutta con la sua bella faccia da bravo ragazzo un po’ ingenuo per costruire una terribile tela in cui cade anche il sopraffino avvocato Robarts. Ancora una volta per Wilder nulla e’ come sembra e anche nelle piu’ importanti aule di giustizia la menzogna divora la verita’: se il film non fosse un capolavoro di raffinato equilibrio tra noir e commedia il senso di sconfitta sarebbe devastante.

31
dic
69

Torino d’Argento

ArgentolevaMolto interessante l’evento Torino d’Argento che si e’ tenuto in citta’ martedi scorso, 06.06.06.
La manifestazione voleva indagare i rapporti tra Dario Argento e la citta’ di Torino attraverso un incontro con il regista e alcuni suoi collaboratori alla realizzazione de Il gatto a nove code, la proiezione del film stesso e una mostra fotografica che restera’ aperta fino all’11 giugno.
Purtroppo mi sono persa la conferenza, ma sono stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere il film; mi sono guadagnata questo diritto arrivando davanti al cinema Massimo intorno alle 20 e facendomi un’oretta di coda (stazionavo all’angolo con Via Montebello), fortunatamente in compagnia di persone molto simpatiche conosciute nell’attesa che in questo modo e’ passata allegramente.
Anche la proiezione e’ iniziata un po’ in ritardo perche’ il regista si e’ fermato a parlare con la folla che non e’ riuscita ad entrare (verso le 21 la coda risaliva mezza Via Verdi!); Dario Argento si e’ confermato persona molto disponibile anche durante la breve introduzione al film raccontando dei suoi progetti (il capitolo conclusivo delle tre madri!) svelando qualche retroscena che sta dietro alla scarsa distribuzione di alcune pellicole (Quattro mosche di velluto grigio) e ribadendo il suo grande amore per Torino.

MillandmaldenIl gatto a nove code e’ il secondo lungometraggio realizzato dal regista, nonche’ il secondo capitolo della cosiddetta trilogia zoologica; girato nel 1971 il film risente molto dell’atmosfere del genere poliziottesco e non mancano sagaci tocchi d’ironia che verranno meno nell’Argento piu’ maturo.
Davvero ottimo l’utilizzo della citta’ e mi sono divertita a cercare di riconoscere alcuni scorci di Torino; a causa di una somiglianza che ho notato all’inizio del film ho provato a leggere tutto il film in una determinata chiave: quando Karl Malden e’ comparso sullo schermo mi ha ricordato in maniera sorprendente Ray Milland e allora mi sono chiesta se gli elementi fondamentali della trama, la genetica, la cecita’ oltre che all’uso di colori psichedelici non avessero qualche rimando a L’uomo dagli occhi a raggi x, girato da Corman nel 1963.
Restando sempre in tema di citazioni impossibile non ricordare le intelligenti rivisitazioni hitchcockiane: la doccia e soprattutto i bicchieri di latte.

31
dic
69

Le mura di Malapaga

Tra gli eventi piu’ significativi del
GenovaFilmFestival, appena concluso, che ha festeggiato il decennale
della fine dell’ apartheid dedicando un ampia sezione al cinema sudafricano,
ricordato Vittorio Mezzogiorno a 10 anni anni dalla morte e analizzato l’opera
di Peter Brook, e’ stata la proiezione di questo film, raramente
fruibile.

Pierre, un francese fuggiasco
per aver ucciso la giovane amante, sbarca clandestinamente a Genova dove
incontra una donna con cui si illude di poter ricostruire una vita, ma la
cattura da parte della polizia mettera’ fine alla sua speranza.

Il film
doveva risollevare le sorti di Jean Gabin e Isa Miranda, diva italiana ormai al
tramonto, che con questa interpretazione vinse a Cannes come migliore attrice.
Girato con mano esperta da Rene’ Clement, (bella la scena dell’estrazione del
dente senza anestesia ripresa dal punto di vista della bambina e quella del
marito che inseguendo la coppia ne vede le ombre riflesse sui muri dai fari
delle auto) la pellicola si rivela un particolare connubio tra il realismo dei
film francesi d’anteguerra, ispirati dal Fronte Popolare di cui Jean Gabin era
stato il massimo rappresentante e il neorealismo italiano (la sceneggiatura e’
firmata da Zavattini e Suso Cecco d’Amico) che sta gia’ virando verso il
neorealismo rosa, forse oggi piu’ interessante come testimonianza della tragica
realta’ della Genova di allora, ancora devastata dalle macerie della
guerra.

Il film e’ stato presentato dal sempre geniale Claudio G. Fava,
che tra una battuta e l’altra ha raccontato un succulento aneddoto sull’attore
francese: Roberto Chiti, che era sul set per intervistarlo, in un momento in cui
Gabin si allontano’ riusci’ ad impossessarsi della sua giacca e vide che i
documenti portavano come data di nascita il 1894, anziche’ il 1904 come e’
scritto in tutte le biografie, questo spiegherebbe il repentino invecchiamento
dell’attore dopo i (presunti?) 40 anni

31
dic
69

Uno, due, tre!

UnoduetrelocOne, Two, Three
USA 1961,
con James Cagney, Horst Buchholz, Pamela Tiffin
regia di Billy Wilder

Berlino 1961, a pochi mesi dalla costruzione del muro, C.R. MacNamara, direttore della sede tedesca della Coca-Cola, e’ convinto di aver raggiunto i vertici della sua carriera dopo aver stretto un accordo con i dirigenti sovietici per poter distribuire la bevanda oltre cortina, quando a scombussolare i suoi piani arriva la figlia del suo capo, l’irruenta Scarlett Hazeltine che nel giro di due mesi si sposa con un ragazzo comunista di Berlino Est. MacNamara riesce in un primo momento a far annullare il matrimonio, ma quando si scoprira’ che la ragazza e’ incinta dovra’ recuperarle il marito e renderlo accettabile agli occhi del suocero.

Uno, due tre! non spicca certo tra la filmografia Wilder, io lo avevo visto tempo fa in televisione e ammetto che, pur trovandolo molto piacevole, non mi aveva entusiasmato, ma la visione sul grande schermo in lingua originale e’ stata fulminante.

Uno_due_treBilly Wilder e’ cattivissimo e non perdona nulla al capitalismo (nelle trattative per la distribuzione della Coca-Cola i dirigenti russi offrono come compenso una turnee’ americana del balletto del Bolshoi, e Macnamara risponde secco “No culture, only cash!”) ne’ al comunismo (una scena girata a Berlino Est indugia su uno striscione “il marxismo rende liberi” parodia del terribile “il lavoro rende liberi” che campeggiava all’ingresso dei campi di concentramento) e i berlinesi a 15 anni dalla caduta del nazismo sono ancora mostrati come un popolo soggetto alla piu’ cieca ubbidienza, sempre vaghi sulle loro collusioni con il potere precedente, esempio perfetto e’ Schlemmer, l’assistente di MacNamara, che non riesce mai ad esimersi dal battere i tacchi e rivelera’ un trascorso nelle SS, anche se come aiuto pasticciere in cucina.
Oltre alle ideologie Wilder, che gira il film proprio nei giorni della costruzione dei muro, e’ attentissimo alla realta’ del tempo prendendo in giro anche il giovanilismo degli anni ‘60: Scarlett e’ la classica diciassettenne tutta urli e svenimenti che impareremo a conoscere con il fenomeno Beatles.
Molto citazionsmo nella pellicola: Cagney che rifa’ la stessa scena di Nemico pubblico, le donne Hazeltine, provenendo da Atlanta, si chiamano come le protagoniste di Via col Vento e non mancano battute sui grandi successi del periodo, Spartacus e La dolce vita
Da sottolineare la vigorosa prova di James Cagney, vero mattatore del film, presente in tutte le scene: e’ incredibile la sua recitazione in lingua originale: parla (o meglio urla) a raffica, non si riesce quasi a stare dietro ai sottotitoli, sprizza energia da tutti i pori (e aveva passato i 60 all’epoca del film) consegnando alla storia un’interpretazione che lascia piacevolmente spossati e senza fiato gli spettatori.

31
dic
69

La fuga

Lafuga_1Dark Passage
USA 1947
regia di Delmer Daves,
con Humphrey Bogart; Lauren Bacall; Agnes Moorehead

Vincent Parry riesce a fuggire da San Quintino dove era stato incarcerato per un’ingiusta accusa di uxoricidio. Aiutato da Irene Jensen, Parry si sottopone ad una plastica facciale e con il nuovo volto va alla ricerca del vero assassino..

Film celeberrimo per la lunga soggettiva iniziale che permette di non vedere il volto del protagonista fin dopo l’operazione chirurgica e crea una forte identificazione nello spettatore, con momenti di grande suspance come quando vediamo le mani di Parry ritirarsi da quelle del poliziotto che fruga a tastoni sotto la coperta che nasconde il fuggitivo.
L’uso geniale della tecnica fa accostare Dark Passage a La donna del lago, il film girato tutto in soggettiva fatto uscire dalla MGM nel 1946: in realta’ il soggetto di Daves e’ precedente al film di Robert Montgomery, ma Jack Warner non approvava l’idea che uno degli attori di punta della sua major, Bogart, comparisse de visu solo a tre quarti del film, cosi’ il film fu prodotto solo dopo il successo del film targato MGM; in realta’ la prova a volto fasciato che consente all’attore di recitare solo con gli occhi, conferma ulteriormente le grandi capacita’ attoriali dell’”impassibile” Bogey, qui al terzo film dei quattro girati accanto alla stupenda Lauren Bacall; ma menzionare anche la prova di Agnes Moorehead, perfida come non mai.
La fuga ha delle componenti che fanno pensare ad una certa specularita’ con Detour di Ulmer, uscito nel 1945: se nel lavoro di Ulmer gli incontri causali facevano precipitare il protagonista in una spirale di disperazione, nell’opera di Daves incontri altrettanto causali, prima quello con la ragazza che vuole riscattare l’ingiusta morte del padre, poi quello con il tassista che porta Parry dal chirurgo, forniscono al protagonista un’occasione di riscatto; anche dagli incontri con figure negative come il truffatore che tenta il ricatto, Parry riesce a ricavare informazioni che lo aiutano nel suo percorso: per Daves non e’ il destino a dominare l’uomo, ma questi ha la forza per piegare gli eventi a proprio vantaggio.
Il regista costruisce una San Francisco labirintica e a tratti metafisica dove i cartelli di senso unico stanno ad indicare la strada piu’ ovvia che il destino ha scelto, mentre il protagonista corre sempre nella direzione opposta, fino a raggiungere in maniera rocambolesca e al limite del verosimile il sospirato happy end. Avrei preferito che il film si chiudesse sul sottofinale della telefonata tra i due innamorati: la scena in Messico nel bar in stile moresco e con Bogart in giacca bianca ricorda un po’ troppo Casablanca.

31
dic
69

Il cinema Ritrovato

Da domani al 10 luglio, a Bologna il festival Il cinema
Ritrovato
, kermesse organizzata dalla prestigiosa Cineteca di
Bologna.

Il programma e’ estremamente
fitto, meritano attenzione le proiezioni gratuite in Piazza Maggiore che vanno
dalla versione restaurata di Fronte del porto (domenica 4) a 2001
Odissea nello spazio
a Fraulein Else di Paul Cnizer, ma la serata
piu’ interessante sara’ sicuramente quella di mercoledi’ 7 dedicata agli automi
con 2 film muti , l’estratto della bambola meccanica da Il Casanova di
Fellini
e per finire La bambola di carne di Ernst
Lubitsch.

Alcuni film verranno presentati nel formato
70mm come Vertigo e Playtime di Tati e lo stesso 2001.

Sezioni di approfondimento su Jean Durand, comico catastrofico francese
degli anni ‘10, Valdemar Psilander, star danese incostrastata dei tempi del
muto, morto a soli 32 anni, sui musical tedeschi degli anni ‘30, i film della
giovane Alida Valli, non ancora star internazionale, i documentari di Humphrey
Jennings.


Tra i dossier dedicati a DeMille, Dreyer, Hitchcock, Renoir e
Bergman spicca l’incontro di martedi’ 6 dove Bill Krohn presentera’ alcune scene
escluse dal montaggio de Il caso Paradine.
Il progettoChaplin prevede
la proiezione di City Lights e di Giorno di paga allapresenza dei
figli del grande artista, Victoria e Christopher e una mostra fotografica su
Luci della citta’ che durera’ tutto il mese.
Per ulteriori
informazioni: Cineteca di
Bologna

31
dic
69

Scrivimi fermo posta

The Shop Around the Corner,
Usa 1940 MGM,
con James Stewart, Margaret Sullivan,
regia di Ernst Lubitsch

Il grande magazzino Matuschek and Company e’ un microcosmo dove si intrecciano le vite dei dipendenti e del proprietario Hugo Matuschek, maturo signore che scopre il tradimento della la moglie con un suo dipendente, licenzia l’impiegato sbagliato e finisce per cercare di suicidarsi, salvato in extremis dal fattorino Pepi. Intanto i giovani commessi Kralik e Klara non si sopportano e litigano sempre non sapendo di essersi gia’ innamorati per via epistolare, in un carteggio nato senza svelare le proprie identita’.

Scrivimifermoposta

Va detto che una volta tanto la traduzione italiana del titolo, che sposta l’attenzione dal “negozio dietro l’angolo”, palcoscenico delle vicende corali del film, alla liason epistolare tra i due protagonisti che si scrivono fermo posta ignorando la propria identita’, e’ stata lungimirante visto che le schermaglie amorose basate sull’anonimato saranno poi riprese nel 1998 da C’e’ post@ per te di Nora Ephron.
Scrivimi fermo posta risente della pesante atmosfera dello scoppio della seconda guerra mondiale e Lubitsch si rifugia nel mondo piccolo borghese di Budapest, ricostruendo una perfetta atmosfera mitteleuropea che la guerra si portera’ via per sempre.
Un film delizioso, che testimonia la finezza psicologica del maestro berlinese nel delineare i caratteri dei personaggi, pavidi come Pirovitch (interpretato da Felix Bressart, il Buljanoff di Ninotchka) che, siccome tiene famiglia, ogni volta che il burbero Matuschek chiede un’opinione sincera si toglie dalla circolazione, oppure untuosamente adulatori come l’infido Vadas (fisicamente identico al Gastone di Walt Disney).
Forse il piu’ bel film di natale di tutti i tempi che sa racchiudere la malinconia e la voglia di buoni sentimenti di questo periodo, sempre con il tocco leggero e cinico di Lubitsch, sublime quando l’ormai solo Matuschek si ritrova a dover invitare alla cena della vigilia il nuovo fattorino Rudy: e’ lampante che sia solo una scelta di convenienza ma tutto sommato ci illudiamo che sia la nascita di una grande amicizia.

31
dic
69

La caduta di casa Usher

Maison_usherLa chute de la maison Usher
Francia 1928
con Jean Debucourt, Marguerite Gance
regia di Jean Epstein

La rassegna che il Cinema Massimo di Torino dedica a Luis Buñuel, comprende anche il capolavoro di Epstein, a cui il maestro spagnolo collaboro’  come aiuto regista.
La pellicola si ispira molto liberamente all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, tanto che c’e’ il lieto fine, e come dice una didascalia iniziale il film e’ ispirato  a motif, elementi delle opere di Poe.
Epstein non e’ interessato alle valenze orrorifiche del racconto, ma lo sfrutta per creare un lavoro di alto significato simbolico, una riflessione sulla follia e sull’arte, carico di malinconia, valorizzato dalle tecniche cinematografiche scelte: all’uso  della  sovrimpressione, molto diffusa nella cinematografia degli anni  ’20, il regista unisce quello geniale del rallenti che contribuisce a creare un’atmosfera stranita e desolata: i tendoni che svolazzano nei corridoi dove il vento fa turbinare nugoli di foglie secche, gli scaffali che si sfaldano e i libri che cadono sono immagini che si fissano indelebilmente nella memoria dello spettatore.
Sublime.

31
dic
69

Leningrad Cowboys go America

        Nella
tundra finnica uno sgangherato gruppo folk viene provinato da un
impresario che consiglia loro di recarsi in America: la’ mandano giu’
ogni stronzata. Con queste premesse i Leningrad Cowboys guidati dal
loro manager Vladimir si mettono in viaggio per conquistare gli States,
con i risparmi del nonno che li sovvenziona a patto di portarsi dietro
anche il bassista, congelatosi perche’ aveva trascorso tutta la notte
precedente l’audizione provando all’aperto.
Ma la musica del gruppo non piace nemmeno a Nueva York (sic!), cosi’
l’impresario americano li spedisce a suonare all matrimonio di un
parente in Messico e li’, dopo aver attraversato tutti gli Stati Uniti
e aver imparato il rock’n’roll, i Leningrad Cowboys troveranno il
giusto successo e lo scongelamento del bassista.


Assurdo  road movie dall’umorismo stralunato, Leningrad cowboys go to America
e’ il primo successo internazionale di Aki Kaurismaki. Che il regista
finlandese abbia una grande passione per il cinema muto lo conferma Juha
i suo lavoro senza sonoro del 1999; ma gia’ questo film puo’ essere
letto come una comica, con didascalie ironiche e fulminanti e con brevi
dialoghi una volta tanto resi intelligentemente in italiano da
doppiatori dal forte accento nordico.
Dietro la comicita’ surreale si nasconde una feroce satira contro gli
Stati Uniti, o meglio contro il mito americano: il regista ci mostra
solo i bassifondi delle citta’ statunitensi, con immensi cimiteri
d’auto e fabbriche vetuste. La pellicola non e’ certo tenera neppure
con l’Unione Sovietica, allora agli inizi della disgregazione (il film
e’ del 1989) ed e’ impressionante rivedere oggi come in poche scene
Kaurismaki abbia previsto la parabola politica degli ultimi presidenti
russi: stufi dell’oppressione del loro manager che li sfama con un
sacchetto di cipolle o un sedano mentre lui va a rimpinzarsi al
ristorante, i Leningrad Cowboys lo legano e ridistribuiscono il denaro,
ma l’incaricato di procurare il cibo spende per se’ i soldi e con un
colpo di scena Vladimir (che alla fine del film sparira’ nella notte
del loro successo senza lasciare traccia) ritorna al comando mentre una
didascalia proclama il ritorno della democrazia.
La collaborazione del regista con il gruppo continua nel 1994 con Leningrad Cowboys met Moses e con il documentario del ’93Total Balalaika Show
che testimonia lo spettacolare concerto tentuto dai Leningrad Cowboys
in collaborazione con il coro dell’Armata Rossa: tutt’e due i film sono
in programmazione la prossima settimana al Centro Culturale Edison  di Parma.
Per quanto riguarda il gruppo, i ragazzi, sempre con le improbabili
scarpe a punta e il cuiffo ad unicorno, sono ancora in pista e sul loro
sito ufficiale  troverete, in lingua inglese, notizie delle nuove mirabolanti avventure.
 

31
dic
69

La vedova allegra

Vedovallegra The Merry Widow
USA, 1934
Con Maurice Chevalier, Jeanette MacDonald, Edward Everett Horton.
Regia di Ernst Lubitsch

La ricca vedova Sonia decide di lasciare la Marshovia per Parigi dopo essersi innamorata di Danilo, ufficiale e dongiovanni. Quando dalla Ville Lumiere arrivano notizie di un probabile matrimonio della vedova, per non perdere il suo ingente patrimonio il re decide di mandare un suo uomo a Parigi perche’ faccia innamorare Sonia, impedendo cosi’ l’uscita dei capitali dalla nazione e la scelta dell’inviato non puo’ che cadere sul fascinoso Danilo..

Tratto dalla celeberrima operetta di Franz Lehár, un film che piu’ lubitschiano non si puo’, ambientato in piena Belle Epoque, in uno staterello immaginario della Mitteleuropa e con trasferta parigina; quindi lusso, frivolezza e battute fulminanti condite da gag surreali: al processo di Danilo verra’ presentata come prova anche il salame con cui l’ufficiale si era comperato la simpatia del cane da guardia di Sonia e quando la vedova si rifa’ il guardaroba per trasferirsi a Parigi tutto il suo guardaroba da nero si fa bianco.. compreso il cagnolo da compagnia!
La vicenda permette al regista di mettere alla berlina l’ordine costituito, disegnando un re da operetta piu’ preoccupato del pericolo rivoluzionario che dei tradimenti della regina e ancora una volta Lubitsch mette in scena la sua idea del matrimonio: Sonia e Danilo si sposeranno in prigione e per il regista berlinese il matrimonio e’ una gabbia voluta dalla societa’, in questo film e’ proprio la ragion di stato a rimettere Danilo sulla strada di Sonia.
La pellicola presenta anche degli ottimi numeri di ballo degni della miglior tradizione musical di Hollywood (non per niente il film e’ stato definito da Guido Fink “uno dei più splendidi film a colori della storia del cinema”); si tratta anche dell’ultima collaborazione tra Lubitsch e l’attore Maurice Chevalier, tres charmant nella sua recitazione dalla spiccato accento francese.




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