Archivio per la categoria 'libri e carta stampata'

31
dic
69

Kill?

Il romanzo di Roberto Vacca, acquistato dopo aver letto la segnalazione di KinemaZone e divorato in una notte, racconta le disavventure di Giacomo Elliot, promotore finanziaro che del tutto accidentalmente sventa un attentato a Silvio Berlusconi. L’uomo fatichera’ non poco a liberarsi dagli assidui tentativi di ringraziamento del premier e dei propositi di vendetta dei terroristi.
Vacca riporta in auge un genere ormai comparso, quello del panphlet: dietro la storia narrata con uno stile asciutto e secco, si nasconde un’ analisi dolorosa del nostro paese, rovinato dall’approsimazione e dalla presunzione di un potere che non riesce a guardare piu’ in la del proprio naso e del proprio interesse.
La piena proprieta’ linguistica di Vacca (non solo dell’italiano, ma anche dell’ingese, dello spagnolo e del latino) sottolinea anche l’approsimazione culturale e linguistica di una nazione che vorrebbe stare tra le piu’ grandi potenze del mondo: imperdibile il brano della correzione via telefono del linguaggio manageriale.
Il giudizio su Berlusconi e’ lapidario e raccapricciante, dubito che il Cavaliere o chi per lui l’abbia capito…

31
dic
69

Il vampiro nascosto

Suggestione e dipendenza nel cinema
di Sergio Arecco (Le Mani, Recco 2003)

Perché considerare vampiri solo il conte Dracula, o Nosferatu, e i loro discendenti più o meno diretti? Il cinema ci ha dimostrato mille volte che il vampirismo, o, più globalmente, la dipendenza, sono una specie molto diffusa, soprattutto nelle loro forme più sottili e insinuanti, quelle nascoste tra le pieghe del quotidiano. Vampiro può essere qualunque seduzione segreta, qualunque fascinazione del desiderio, qualunque travestimento dell’inconscio. Vampiro può essere una musica, un manoscritto, un partner misterioso, uno scambio sessuale. Il cinema stesso, processo di scambio per eccellenza, è il più intrigante dei vampiri…
Quindi un libro a largo raggio, un attraversamento della storia del cinema – il più antico tra i film presi in esame è Femmine folli di Erich von Stroheim (1921), il più recente
Parla con lei di Pedro Almodóvar (2002) – alla ricerca di quella presenza segreta che, anche grazie alla costitutiva ambiguità dell’immagine, si rivela sempre sotto mentite spoglie, alterando contorni e prospettive, identità e figure. Un esempio. Il primo, tra l’altro, suggerito dal libro, che segue volutamente un percorso trasversale, accostando o incrociando i modelli cinematografici più vari, onde creare – vampiricamente ? – un labirinto di rimandi nel quale il lettore possa liberamente perdersi per poi ritrovarsi e magari perdersi di nuovo. L’Ospite di Teorema di Pier Paolo Pasolini (1968), il giovane affabile e inquietante che sconvolge la vita di una famiglia segnando irreparabilmente il destino dei suoi componenti. Un angelo? Un demone? Perché il vampiro ha questo di bello, o di terribile: che non lo riconosci mai per quello che è, che ti si mostra sotto l’aspetto più inoffensivo e piano piano ti spossessa, ti rende succubo, ti fa diventare un altro, e sempre con la tua complicità, con il tuo consenso. Nel libro si parla, facendo riferimento proprio a un passo del Dracula di Bram Stoker, di Messia rovesciato. Pensate – dice più o meno il dottore incaricato della caccia al mostro – se quest’uomo, invece di adoperarsi per portare la peste e seminare ogni maleficio, si fosse adoperato per recare all’umanità ogni sorta di beneficio, di bellezza, di grandezza. Quanto potere, e così male impiegato… Ecco, il libro esplora proprio questa doppiezza, questo margine di dubbio, questa intercambiabilità degli opposti, così frequente nel messaggio cinematografico, messaggio per sua natura ingannevole ed equivoco. Un altro esempio. Jack lo Squartatore, un mito del cinema antico e moderno. Alfred Hitchcock, in Il pensionante (1926), ne fa un uomo ingiustamente sospettato, un angelo scambiato per un demone. Georg W. Pabst, in Lulu (1928), ne fa un demone scambiato per un angelo, ma un demone non meno demone dei demoni/demoni che formano la corte di Lulu, angelo/demone per antonomasia, idolo femminile di indecifrabile suggestione. La vittima, il carnefice: il loro indissolubile legame e destino. Quanto cinema si gioca su questo dilemma? Il libro dà molto spazio a certo cinema gangster o nero, considerato nelle sue vesti più diverse: Means Streets (Martin Scorsese, 1973), Fratelli (Abel Ferrara, 1996), Le iene (Quentin Tarantino, 1992), oppure Giungla d’asfalto (John Huston, 1950), Rapina a mano armata (Stanley Kubrick, 1956), The Killer (John Woo, 1989), Frank Costello faccia d’angelo (Jean-Pierre Melville, 1967, un titolo che fa molto al caso nostro anche se altera quello originale). Che cosa lega questi film? Un gioco crudele e ineluttabile, il gioco che vincola il membro di un clan a rispettare le regole del clan stesso, a costo della vita, o della morte. Come chiamarlo quel vincolo? Non è il medesimo vincolo che lega il vampiro ai suoi subalterni, e viceversa? E non è un vincolo dai tanti nomi? Pensiamo al rapporto tra il regista e la troupe, o tra il regista e il produttore, in Lo stato delle cose (Wim Wenders, 1982); tra Paul e le sorelle Brown in Le due inglesi (François Truffaut, 1971); tra il padre tiranno e la figlia inerme in Il colore viola (Steven Spielberg, 1985); tra l’ufficiale francese e lo junker prussiano in La grande illusione (Jean Renoir, 1937); tra Véronique e Weronika in La doppia vita di Veronica (Krzysztof Kieslowski, 1991); tra la madre possessiva e il figlio abulico in Mamma Roma (Pier Paolo Pasolini, 1962); tra la dark lady e il vagabondo in Ossessione (Luchino Visconti, 1943); tra umani e replicanti in Blade Runner (Ridley Scott, 1982), tra angeli e umani in Il cielo sopra Berlino (Wim Wenders, 1987). Ancora gli angeli… per una rassegna che non vuole essere né conclusiva né esaustiva. Perché i film proposti sono ancora tanti, fino a un limite di trentacinque: trentacinque film-campione sui quali si esercita un’analisi intensiva e comparativa che associa situazioni e culture diverse, paradigmi e stilemi diversi, mondi e registi diversi (ci sono anche Dreyer, Fellini, Fassbinder, Cronenberg…), tenendo sempre sott’occhio e sotto tiro quel confine lungo il quale le identità si confondono, i ruoli si scambiano, le parti si rovesciano. Non è forse vero che il Deckard di Blade Runner, il cacciatore di androidi, è un androide anche lui? E il libro finisce come deve finire, con l’esempio più eclatante e più recente, diciamo pure il più sconvolgente esibito dal cinema degli ultimi mesi: chi è il vampiro in Parla con lei di Almodóvar? Perché è indubbio che si tratti di un film di vampiri, essendo più che mai operante nel film un vincolo di onnipotenza/sudditanza. Ma dove sta l’una? Dove sta l’altra? Siamo sicuri che l’onnipotente infermiere Benigno controlli del tutto la situazione? O non sarà piuttosto suddito del bel corpo inerte di Alicia, la ballerina in coma? O tutte e due le cose? E Lydia, la torera destinata a rimpiazzare Alicia nello stato di coma? E Marco, che piange ascoltando la voce di Caetano Veloso? Chi gioca chi? E, più che altro, qual è il gioco? "L’Angelo, che ora è diventato Diavolo, è mio intimo amico": così recita la quarta di copertina, citando un verso di William Blake. E il libro è dedicato ironicamente a Irma Vep (anagramma di vampire), l’eroina del serial di Louis Feuillade (1915-16), interpretata da Musidora, la contorsionista dai grandi occhi neri, in calzamaglia nera… insomma la prima vamp della storia del cinema.

Sergio Arecco

31
dic
69

La donna fantasma

In concomitanza con Il salone del libro di Torino dove quest’anno ho preso definitivamente coscienza del carovita andando a sbattere contro il prezzo esorbitante dei libri, mi dilettero’ nel parlare di un libro, cosa che faccio molto raramente benche’ io sia una lettrice onnivora.
Si tratta di un giallo di Cornell Woolrich, padre del genere noir e autore di opere che spesso sono state adattate per il grande schermo come La finestra sul cortile o La mia droga si chiama Julie diretto da Truffaut, come pure La sposa in nero alla cui trama si ispira vagamente anche Kill Bill.
Anche La donna fantasma e’ stato portato sullo schermo nel 1944 da Robert Siodmak.
La trama racconta di un uomo, Scott Henderson, che una notte, rientrato a casa, trova ad attenderlo la polizia: nelle ore in cui lui e’ stato fuori la moglie e’ stata strangolata con una delle sue cravatte. Per dimostrare la sua innocenza Henderson dovra’ ritrovare la compagna occasionale con cui aveva trascorso la serata ma la donna sembra essersi volatilizzata, nonostante gli sforzi per ritrovarla compiuti dalla giovane amante di Scott per la quale lui voleva lasciare la moglie e dal suo migliore amico appositamente tornato dal Sud America per tentare di salvarlo. Con un bellissimo cambio di prospettiva finale, l’assassino si rivelera’ esser sempre stato li’ davanti agli occhi del lettore che, talmente partecipe delle sventure del povero Henderson, scandite dal conto alla rovescia dei giorni che mancano all’esecuzione, si sara’ limitato a guardare il dito che indica, anziche’ la luna.
In questo volume Woolrich dimostra di avere un concetto molto particolare della casa: non il luogo dove rifugiarsi dai pericoli del mondo, ma il posto dove queste minacce si concretizzano in omicidi brutali, mentre gli esterni notturni di una grande metropoli come New York diventano un luogo relativamente tranquillo dove una fanciulla puo’ pedinare silenziosamente ma in maniera manifesta un personaggio un po’ losco, trasformandosi in un angelo ammonitore che scuote la sua coscienza.

Qualche parola merita anche la particolare edizione che ho letto, si tratta della collana de I classici del giallo illustrati della Mondadori.
A parte le illustrazioni che sono fotogrammi di film tratti dalle opere di Woolrich, in particolare del film tratto da questo volume, o foto della New York anni ‘40, il libro e’ commentato quasi ad ogni pie’ pagina da autori come Fruttero&Lucentini, Andrea Pinketts, Stefano Bartezzaghi ed altri.
Talvolta queste annotazioni riguardano lo stile di Woolrich ma il piu’ delle volte prendono spunto da episodi marginali del testo per divagazioni molto personali, trattandosi di un giallo dove la suspence e’ tutto ho trovato un po’ irritanti queste note: facendo un parallelo televisivo mi pareva di leggere un libro interrotto da continui spot pubblicitari.

31
dic
69

Ce l’ho fatta!

Sono riuscita a finire Q: 700 pagine in poco piu di un mese: un’impresa eroica, considerando che a pagina15 avevo gia’ capito che era una cavolata immane.

Continua a leggere ‘Ce l’ho fatta!’

31
dic
69

Della Morte

Non condivido assolutamente le idee espresse da Goffredo Fofi nell’articolo Darwinismo scientifico& darwinismo sociale per la sua rubrica gOff gOff su FilmTV.
Il giornalista vede nella produzione dei film made in Usa una propaganda del potere ideologico di quella nazione, se cio’ e’ vero per Hostage, l’ultimo film di Bruce Willis che viene presentato con lo slogan “quante persone saresti disposto ad eliminare per salvare la tua famiglia?” chiara metafora di un paese che attua una guerra preventiva perche’ si sente minacciato, questo non e’ piu’ vero per gli altri film presi in analisi. Fofi si dimostra preoccupato dal fatto che i vincitori dei Leoni a Venezia e gli Oscar siano film che in qualche modo esaltano l’aborto e l’eutanasia: i film in questione sono tre: Il Segreto di Vera Drake di Mike Leigh, Mare dentro di Alejandro Amenábar e Million Dollar Baby di Clint Eastwood: la distanza con il film interpretato da Bruce Willis e’ lampante: quest’ultimo e’ un film di propaganda e di cassetta mentre gli altri tre sono opere di Autori, due dei quali neppure americani, per cui non regge l’ipotesi del loro asservimento all’ideologia d’oltreoceano.
Cito un passo di Fofi che dice “Forse si vuole preparare gli spettatori e il mondo all’idea dell’eliminazione dei deboli, in conseguenza della Lotta per la Vita tra individui, ceti, popoli e stati e infine delle scelte dei Governi Forti a danno delle popolazioni piu’ deboli, la parte piu’ indifesa e “inutile”, i vecchi se non ricchi, i poveri i poverissimi, i malati, i diversi, certi immigrati – come nei sogni e nelle pratiche hitleriani e staliniani?” Secondo l’autore sarebbe proprio il film di Clint Eastwood che meglio interpreta questa idea, ovviamente dissento su tutta la linea: leggo il film in chiave totalmente diversa. Come tutti ho ripensato alla pellicola eastmaniana in rapporto al drammatico caso di Terry Schiavo e il mio essere a favore al distacco della spina trova ulteriore ragione proprio in una scena del film che alla luce di questi terribili momenti acquista un valore totalmente differente: la scena in cui Meggy si porta a casa l’avanzo di cotoletta dal ristorante dove lavora, a caldo pareva una pennellata di realismo forse un po’ pietista, riletta oggi credo acquisti un valore totalmente diverso: e’ forse giusto che una persona sana, con del talento, in una nazione ricca come quella americana (tacciamo del continente africano) sia costretta a patire la fame, mentre una persona che ha la possibilita’ di pagare regolarmente l’assicurazione (ricordiamocelo questo!) puo’ essere mantenuta in vita (o meglio in una parvenza di vita) a tempo indeterminato?
Fermo restando che sono pratiche crudeli entrambe, preferiamo la selezione naturale che ha mandato avanti questo mondo per millenni o la selezione tecnologica, quella si’ riservata a un ristretto numero di persone economicamente fortunate?
Se c’e’ un interesse da parte grandi autori verso temi cosi’ scottanti non credo nasca da un risorgere di pratiche hitleriane, ma dal disagio di dover vivere in una societa’ resa schizofrenica dalla scienza che ti salva dalla morte in uno sfoggio di onnipotenza (rianimare Terry Schiavo dopo otto minuti fu sicuramente un azzardo) e poi non osa darti la morte nascondendosi dietro un patetico buonismo (era lecito staccare la spina a Terry, ma benche’ voglio credere che non abbia sofferto e’ stato crudele lasciar morire una persona di fame e di sete, tragicamente beffardo se si pensa che il dramma di questa donna nasce da un rapporto conflittuale col cibo che l’aveva portata alla bulimia).
Di quanto sia difficile il rapporto della societa’ occidentale con la morte lo sta dimostrando l’agonia del Papa: tutti scandalizzati che un vecchio malato faccia mostra del proprio scempio sui mass media, gridiamo al rispetto e al diritto al riserbo della malattia, salvo poi inscenare ieri il piu’ grande reality show mai realizzato in attesa che “il nominato” lasciasse questo mondo. Ci sono state le clip che ricordavano i momenti salienti, i pianti, le interviste, i commentatori, anche di rilievo in una puntata interessante di Ottoemezzo dove si e’ affermato che quello dei media e’ ormai l’ambiente in cui viviamo, frase smentita da questa imbarazzante mattinata con un uomo che si prende il suo tempo per morire infischiandosene dei ritmi televisivi e riportando tutto ad una dimensione piu’ umana. Personalmente spesso non ho condiviso le scelte di questo pontefice ma devo dire che dalla compassione che ho provato per lui in questi ultimi tempi sono passata a una chiara ammirazione per la capacita’ di prendersi gioco di questa “eta’ dei salumi” come l’ha chiamata Blob giovedi’ sera e come dimostra la foto scelta da EmanuelaZini per illustrare un post dedicato a La fattoria: vogliamo guardare tutte le dinamiche umane dal buco della serratura? ..liti, amori, sesso (qualcuno ha visto l’inutile pezzo di Greg e Lillo sulla politica ambientato su un set pornografico trasmesso da Le Jene giovedi’ sera?) bene, guardiamo anche la fatica della malattia e del dolore e il tempo che ci vuole a morire, tanto e’ gia’ prossimo alla partenza un reality che mostrera’ la decomposizione di un cadavere.. enjoy it!

31
dic
69

Katharine Hepburn: bibliografia

Tra i testi che la riguardano,spiccano anche due sue autobiografie, l’elenco e’ purtropo in inglese, ma so per certo, avendolo letto che la sua autobiografia e’ pubblicata anche in italiano.

Me, Stories of My Life by Katharine Hepburn, 1991 Alfred A. Knopf, Inc.
* Katharine Hepburn, A Hollywood Yankee by Gary Carey, 1975 Pocket Books
* Kate, The Life of Katharine Hepburn by Charles Higham, 1975 Norton Press
* Katharine Hepburn, The Pictorial Treasury of Film Stars, by Alvin H. Marill, 1973 Gallahad Books
* Tracy and Hepburn – An Intimate Memoir by Garson Kanin, Bantam Books, 1972
* The Making of African Queen or How I went to Africa with Bogart, Bacall and Huston and almost lost my mind, by Katharine Hepburn, 1987 Alfred A. Knopf, Inc.
* Hepburn, Her Life in Pictures, by James Spada, 1984 Doubleday and Company, Inc.
* The Films of Katharine Hepburn by Homer Dickens, 1971 The Citadel Press

31
dic
69

Lulu’ a Hollywood

Il libro di Louise Brooks, edito da Ubulibri, non e’ tanto un’autobiografia della famosa interprete della Lulu’
di Pabst, piuttosto una raccolta di suoi acuti scritti sulla Hollywood
dei ruggenti anni ’20 che esce da queste pagine vivida nella sua
follia, ben diversa da quella odierna, cosi’ patinata ed apparentemente
perfetta.

Le note autobiografiche, come ho detto sono pochissime: la Brooks
si limita a raccontare della sua famiglia un po’ sui generis e dei suoi
esordi come ballerina, sua carriera principale che da ragazza di
Ziegfeld la mettera’ a contatto con il mondo del cinema. La sua
carriera si interrompera’ bruscamente a 32 anni perche’ Louise Brooks
e’ un personaggio troppo scomodo che non sa tacere la verita’.

Tra i capitoli del libro che piu’ mi hanno colpito ci sono quello
dedicato a Pepi Lederer, nipote dell’attrice Marion Davies, l’amante di
William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata ispiratore del
Citizen Kane  di Orson Welles: non si puo’ non pensare a Quarto Potere
leggendo la storia di questa donna, cara amica della Brooks, morta
suicida nel 1935 che spende tutta la sua giovane vita al seguito della
corte di Hearst, tra gli appartamenti lussuosi di New York, i viaggi in
Europa e l’immenso ranch di San Simeon.


Altro capitolo estremamente interessante e’ quello dedicato a Lilian
Gish e a Greta Garbo, sul loro avvicendarsi come regine di Hollywood.
Quando nel 1925 Wall Street mette le mani sugli Studios e cade la
censura cinematografica in molti stati americani, si punta su una nuova
immagine piu’ sensuale del femminino, Lilian Gish, candida protagonista
dei film di Griffith , ma star molto amata viene portata a lasciare la
MGM facendole girare volutamente, delle pellicole che non incassano, e
viene dimenticata tanto che gia’ nel 1926, quando l’attrice gira Il Vento
per Sjostrom a Hollywood il film passa sotto silenzio e Louise Brooks
sostiene di averlo visto solo una trentina d’anni dopo. Nel frattempo
sale alla ribalta con il film Il Torrente, la stella di Greta Garbo il cui fascino e’ sicuramente e’ molto piu’  torbido e sensuale di quello della Gish.

Ovviamente il libro non puo’ non dedicare una sezione a Lulu’,
il film che ha reso immortale l’attrice americana, che preferisce
raccontarci i suoi screzi con gli altri protagonisti (non era ben vista
in quanto una straniera che interpreta un personaggio tedesco, infatti
esiste un film precedente interpretato da Asta Nielsen) e l’evoluzione
del suo rapporto con il personaggio di Lulu: all’inizio il film non fu
un gran successo ed essere identificati con una figura cosi’ scomoda,
sarebbe stato difficile per chiunque, ma di certo meno per la tosta
Louise Brooks.

31
dic
69

Gabin

In questo libro che forse non e’ piu’ in
commercio, (la prima edizione e’ del 1988) la vita del grande attore francese e’
raccontata da Andre’ Brunelin, suo amico e segretario personale per circa 25
anni. Il ritratto che esce da questo volume dedicato al mito della
cinematografia francese e’ quella di un uomo schivo, estremamente pudico ed
infastidito dai risvolti sociali che il suo lavoro comportava. Lavoro a cui era
arrivato per caso:[...] Jean Monconge’ nasce il 17 Maggio 1904 da una famiglia
di attori e sara’ proprio il padre che quasi con l’inganno lo costringera’ a
calcare i palcoscenici: Gabin (nome d’arte ereditato dal padre) per tutta la
vita si sentira’ provvisorio nei panni dell’attore e sognera’ di ritrarsi a
vivere in campagna, comprando anche una grande tenuta in cui investirà quasi
tutti i suoi averi.

Se
al teatro era arrivato senza una precisa volonta’ , altrettanto fu per il
cinema: il giovane Jean non pensava minimamente a una carriera in questo campo,
quando la Pathe’ lo cerca per in provino: siamo nel 1929, nel giro di dieci anni
Jean Gabin diventera’ l’eroe del cinema francese interpretando film come La
bella Brigata
, (1936) di Dudivier, e sempre con lo stesso regista e nello
stesso annoIl bandito della Casbah (Pepe’ le Moko),a quell’epoca
Gabin non era solo l’attore ma partecipava attivamente alla realizzazione di fim
che sono entrati di diritto nella storia del cinema, stando anche fermo per
lunghi periodi pur di aspettare di lavorare con Dudivier, Carne’ o "le Gros",
come affettuosamente chiamava Jean Renoir.


Nel 1937 gira La grande illusionedi cui il libro svela un
gustoso retroscena raccontando come Erich Von Stroheim venisse assunto per un
ruolo marginale da un produttore che non ne conosceva minimamente la fama,
quando Jean Renoir si trovo’ davanti uno dei piu’ grandi registi del muto e suo
idolo personale per una particina secondaria fu imbarazzatissimo e non resto’
che sviluppare adeguatamente il personaggio di Von Rauffenstein. Nel 1938 ancora
con Renoir Gabin giro’ L’angelo del male e con Carne’ Il porto delle
nebbie
, ancora con Carne’ nel 939 girera’ Alba tragica .

Con
lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la carriera di Gabin subisce una brusca
interruzione, si trasferisce prima in America dove gira alcuni film e inizia il
lungo rapporto con Marlene Dietrich, poi si arruola nelle forze di liberazione
francesi.


Dopo la guerra Jean Gabin non sembra piu’ essere l’idolo
di Francia e inizia quello che lui definisce il suo “periodo grigio”. Ne esce
nel 1950 con Grisbi dove interpreta un vecchio gangster che progetta il
suo ultimo colpo; ritrovato il successo di pubblico, ormai sposato e con una
famiglia da mantenere, Gabin interpreta moltissimi film, alcuni non di
grandissima qualita’, ma ci regalera’ ancora uno strepitoso Commissario
Maigret
e tra gli ultimi lavori della sua carriera vanno ricordati Le
chat, l’implacabile uomo di saint Germain
del 1971 e L’affare
Dominici
dell’anno seguente.
Jean gabin muore il 15 novembre
1976.

31
dic
69

Pensieri Notturni

Pensierinotturni

Una raccolta di pensieri e poesie di Marlene Dietrich curata dalla figlia, Maria Riva, che appartengono all’ultimo periodo della vita dell’attrice (scomparsa il 6 maggio 1992), ormai ritiratasi dalle scene.
Pare che Marlene soffrisse di insonnia e sublimasse le ore di veglia notturna scrivendo ricordi ed emozioni su un taccuino che teneva sempre vicino al letto per questa evenienza. Nel 2005 la figlia ha raccolto e pubblicato questi testi, editi in Italia da Frassinelli in un elegante volume che accompagna belle fotografie d’epoca agli scritti dell’attrice.
Si tratta di poesie e frammenti di ricordi riguardanti i personaggi del mondo del cinema, dell’arte o della storia che Marlene ha conosciuto: dal General e Patton a Erich Maria Remarque passando per Giacometti, da Charlie Chaplin a Joseph vonSternberg, da Jean Gabin a Orson Welles, solo per citare i piu’ celebri.
Un libro da comodino, da sfogliare e riprendere in mano piu’ volte, inedito sprazzo di luce sull’animo di una grande diva.

31
dic
69

Novita’ editoriali

Sono stata fregata da Uma Thurman con tanto di katana in
copertina, altrimenti avrei prestato piu’ attenzione al sottotitolo di Hotdog,
il nuovo mensile di cinema che si proprone come "la rivista che vi fara’ passare
la fame di cinema".
Il giornale affronta il tema con lo stile da fastfood che
il titolo del resto gia’ suggeriva.
L’editoriale e’ ancora piu’ esaustivo,
prendendo spunto dal giovanilistico Che sara’ di noi ora nelle sale, fa
una panoramica del cinema italiano passando in rassegna tutto il muccinismo da
gli ardori liceali fino all’ultimo bacio cornificatore prima di mettere la testa
a posto (letterale) e finire sul lettino del dottor Verdone, descrivendo un
cinema italiano che passa dal speriamo che io me la cavo scolastico allo
speriamo che io me la chiavo di Malena (sic). A parte i giochi di parola
di dubbio gusto di cui il giornale e’ pieno, si inquadra una linea editoriale
che non si discosta dal mainstream: ho l’impressione che qui non troveranno mai
posto un Crialese o altri autori che non facciano scandalo o cassetta.
Tra le
buone ragioni per scrostarsi dal divano (continuano le citazioni letterali)
troviamo Big Fish. la recensione non sarebbe malaccio se non fosse per un
riquadro detto "l’angolo delle scienze esatte" dove si spiega "come realizzare
una pellicola di Tim Burton che abbia, ehm.., un cuore" (sic) e la ricetta e’
Edward Mani di forbice + Fratello dove sei + Forrest Gump,
ora io il film dei Cohen me lo sono perso, ma in Big Fish "le fantastiche
idiozie" di Forrest Gump mi sono proprio sfuggite!
Il pezzo forte
della rivista dovrebbe essere una intervista a Quentin Tarantino, dove
bastardamente (!) gli si chiede se la mossa di dividere Kill Bill in due
parti abbia fini economici a parte questo il senso del pezzo non l’ho capito e
ormai l’hotdog , come nella miglior tradizione americana, giace, appena
sbocconcellato, nella spazzatura, rigororasemte reparto carta da riciclare.




Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.